Editoriale

Il quartiere, quello del Villaggio Celdit, ha vissuto molti cambiamenti repentini con conseguenti traumi sociali ed economici: la perdita del lavoro in seguito alla chiusura della cartiera e di altre grandi fabbriche; la conseguente irrilevanza culturale all’interno della città, accentuata dalla chiusura della biblioteca che ha privato la comunità di 15 mila libri; la perdita di piccoli negozi di vicinato; l’allontanamento della popolazione per cercare nuova occupazione e lo svuotamento delle case all’inizio degli anni ’90 che ha portato all’abbandono del patrimonio edilizio; il ripopolamento senza identità dovuto alle nuove residenze degli studenti universitari.

Il processo di svuotamento del quartiere era stato frenato da due motivi principali. Il primo è che l’area sorge a poca distanza dai centri erogatori dei servizi fondamentali come istruzione, salute e mobilità. In più, è inglobato nel nuovo centro urbano che ha come polo l’Università ed è attraversato da infrastrutture di collegamento, oggi potenziate con l’apertura di una piccola stazione ferroviaria. Il secondo motivo è che il territorio su cui si sviluppa non presenta rugosità, cioè è in pianura: condizione che ha favorito una bassa diversità culturale, nelle tradizioni, nei cibi, nel paesaggio e che ha contribuito a caratterizzare una comunità più largamente omogenea. Particolarmente quest’ultima condizione ha rappresentato un fattore latente e attraente che a un certo momento ha fatto esplodere, tra quelli andati via e quelli rimasti, la nostalgia. Ma, probabilmente per un’impostazione psicologica positiva trasmessa da questo stesso luogo durante l’evolversi dell’età, la nostalgia ha provocato intenti operativi e creativi, anziché irrigidimento e arroccamento come spesso accade. È nata così, più di venti anni dopo, la comunità dei “ritornanti”: cittadini capaci e disponibili ad allearsi attorno a una comune visione del futuro e a riconoscere una leadership comune, che nello specifico è stata individuata in Chieti Solidale, coordinata dalla sociologa Fabiola Nucci. In effetti la Srl sta dimostrando di essere un innovatore sociale che include un luogo in fermento e che traduce i servizi educativi in veri e propri progetti di sviluppo.

I segni di vitalità di quest’area fragile sono riemersi da sotto la cenere. Dietro i fermenti innovativi si intravedono cittadini attivi che si impegnano a costruire il cambiamento con progetti che mirano a coinvolgere e ad accogliere l’intera comunità. Essi vogliono distinguersi anche nella gestione e sorveglianza della imminente nuova biblioteca, nella partecipazione all’allestimento di mostre – pensando anche a contribuire alla nascita di un futuro museo della Celdit – e nell’illustrazione come guide del sito archeologico-industriale.

I ritornanti, coordinati dalla responsabile del Centro, hanno dato vita a iniziative innovative e creative in campo sociale con l’obiettivo di migliorare le condizioni della comunità di appartenenza e riscattare il proprio territorio da una condizione di anonimato. Proprio da tale consapevolezza sta nascendo un percorso di emancipazione.

Questo spazio del Villaggio è un luogo mentale che ha a che fare col tempo e la memoria. È stato rifondato dalle persone attraverso le feste di quartiere e riorganizzato simbolicamente attraverso il ricordo della fabbrica, fatto anche di immagini ereditate e che ricostruiscono psicologicamente il rapporto col paesaggio dell’anima: legami affettivi che si sono stabilizzati. Secondo il professore di Antropologia Culturale Vito Teti i “I luoghi sono costruzioni sociali e culturali, frutto di una continua produzione da parte degli abitanti”. Sarà per questo che i ritornanti si sentono proprietari dei luoghi dove si relazionano e dove si rinnova continuamente il senso di appartenenza.

La realtà dei ritornanti ci ha insegnato che non si può sfuggire al luogo che ci ha visto crescere, ci insegue anche quando è avvertito come estraneo – perché è cambiato o perché siamo cambiati -, nonostante la perdita di memoria delle nuove generazioni, delle forme di socializzazione e di convivialità. La nostalgia svela i desideri presenti, “cercando orizzonti di una rinascita possibile, proprio là dove sono nati il male di vivere e la sofferenza. Scrivere la storia dell’utopia – ci dice sempre Vito Teti – vuol dire desiderare un futuro diverso da quello realizzato”. Si inizia a riguardare i luoghi, a conoscerli, a ripensarli, ad averne cura, si recupera la sfera emozionale. Si insegue la bellezza. Si ricomincia a pensare alle case, agli antenati, ma anche ai bambini, futuri abitanti: una vera e propria operazione di valorizzazione e tutela dal basso. Si scommette su nuovi e antichi saperi, su un nuovo senso di vivere i luoghi come persone in cerca di una nuova identità, di nuovi rapporti sociali. Il tempo impiegato nello stare insieme riaccende la speranza, le coscienze e le prospettive. I ritornanti si danno nuove possibilità per realizzare progetti incompiuti, attraverso il recupero della cura e della responsabilità.

                                                                                         Anna Crisante

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