Torna la Mostra sulla cartiera Celdit nei locali di Chieti Solidale, in piazza San Pio X

Ugo Iezzi è un figlio del Villaggio Celdit, figlio di un lavoratore della cartiera Celdit. Giornalista di lungo corso, è uno dei più grandi conoscitori della storia del quartiere e si è fatto promotore di varie iniziative legate alla fabbrica e al posto in cui è nato.

 

Un momento della Festa del Villaggio della Fabbrica di papà

Il 21 settembre scorso ha organizzato la Festa del Villaggio della Fabbrica di papà, in piazza San Pio X cuore del Villaggio, in cui ha esposto il progetto Celdit Museum. Durante l’evento c’è stata  la presentazione del docufilm On The Road realizzato dall’Istituto Luigi di Savoia di Chieti: partendo dal ricordo della Cartiera Celdit, passando per la Telettra oggi Thales, fino a giungere alla Walter Tosto, i ragazzi hanno incontrato la storia e pensato al futuro del lavoro nella loro città;  l’inaugurazione della mostra fotografica La Celdit nel cuore del nostro Villaggio, con l’angolo delle Sferruzzanti del Villaggio che hanno realizzato una installazione a uncinetto; la presentazione della nuova edizione del libro dello stesso Ugo Iezzi Il Villaggio della fabbrica di papà.

 

 

In seguito, molti alunni delle scuole della città hanno visitato la mostra guidati dal giornalista.

 

I giornalisti Ugo Iezzi e Mario D’Alessandro raccontano la Cartiera agli alunni delle scuole primarie presso Chieti Solidale

A novembre scorso, poi, il Centro Studi Domenico Spezioli, rappresentato dal presidente pro tempore Ugo Iezzi, ha organizzato presso la Bottega d’arte della Camera di Commercio di Chieti – Pescara in Corso Marrucino, la Mostra fotografica sul Villaggio Celdit con la collaborazione del presidente della Fondazione Bruno Buozzi di Roma Giorgio Benvenuto, già segretario generale UIL. Tramite le foto più significative, sono state ricostruite le fasi salienti della vita produttiva, sociale e sindacale dell’azienda.

 

Tra vecchi e nuovi amici alla Mostra sul Villaggio Celdit, tra cui Giorgio Benvenuto e Ugo Iezzi

Il Centro Studi Spezioli è anche promotore della costituzione a Chieti di un Museo della Carta, della Stampa e della Memoria Collettiva, denominato “Celdit Museum“, progetto riproposto all’inaugurazione della Mostra.

La cartiera Celdit – Cellulosa d’Italia

A dicembre scorso una nuova mostra è stata allestita nello spazio espositivo del Liceo Classico G.B. Vico Chieti, anche con la collaborazione di Ugo Iezzi che ha fornito le foto: sarà visitabile fino al 14 febbraio 2020. La Mostra documentaria dal titolo “Il grande sogno. Lo sviluppo industriale a Chieti dai primi insediamenti al declino“, sotto la supervisione del professor Marcello Benegiamo storico dell’economia del Mezzogiorno, si inserisce all’interno della rassegna “Cinema per la scuola”, realizzata in collaborazione con l’Archivio di Stato. È il frutto di un lavoro di ricerca in Archivio condotto dai ragazzi delle classi IV C e IV D dello stesso Liceo Classico guidati dal professor Francesco Baldassarre. Della Mostra è stato anche prodotto un catalogo.

La Mostra al Liceo Classico G.B. Vico

Tra qualche giorno la Mostra sulla Celdit verrà riallestita nei locali di Chieti Solidale, a piazza San Pio X di Chieti Scalo dove ha trovato la sua prima esposizione.

 

Un articolo di Ugo Iezzi sulla Celdit è stato da poco pubblicato da “ytali“, rivista che intreccia relazioni e collaborazioni con altre pubblicazioni online. Il giornalista ha scritto, ripercorrendo una interessante sintesi della storia della fabbrica, anche per il nostro blog/giornale LaPe – laperiferia.chieti:

 

“Per il Celdit Museum. Hanno ucciso la cartiera! chi sia stato non si sa! forse quelli della mala (politica)! l’anti fabbrica di papa’!” di Ugo Iezzi

Un capitolo importante della storia dell’industria abruzzese e italiana è stato scritto in una area tradizionalmente agro-pastorale dell’Abruzzo negli anni Trenta. La Celdit era una fabbrica di cellulosa e di carta all’avanguardia. Poi il declino e la fine. Oggi il Centro Studi “Domenico Spezioli” propone un museo per farne rivivere memoria e dignità.

Dalla paglia alla carta. Addio legno e lunga vita agli alberi.  La tecnologia è oramai dalla parte dell’economia circolare. Non a caso, un’azienda svedese, la Essity, sta avviando in Germania uno stabilimento per la lavorazione della paglia di grano come avvenuto in Italia diversi decenni fa con la cartiera teatina che produceva la cellulosa per la carta ricavandola da fibre vegetali povere come la paglia. Il procedimento brevettato negli anni Venti era chiamato “Metodo Pomilio” dal nome dei fratelli Ottorino e Umberto Pomilio.

Con la mostra fotografica organizzata con tantissime associazioni cittadine (tra cui Chieti Solidale con l’angolo delle “sferruzzanti”), dal 21 al 27 novembre 2019 alla Bottega d’Arte della Camera di Commercio di Chieti ed intitolata “Celdit la Fabbrica Totale dal Villaggio al Museo”, il Centro Studi “Domenico Spezioli” ha ufficialmente lanciato la proposta di realizzare nella Vallata del Pescara un museo della carta, della stampa e della memoria collettività, “Celdit Museum”, per non dimenticare una storia meravigliosa e per far rivivere la cartiera della città. Alla presentazione dell’evento, tra le personalità del mondo culturale e sociale della città, anche il presidente della Fondazione “Bruno Buozzi, Giorgio Benvenuto, già segretario generale della UIL nazionale.

Un progetto, una sfida, un obiettivo, certamente impegnativi, ma indubbiamente identitari, annunciati con un grido di battaglia che riecheggia nel capitolo finale del libro “Il Villaggio della Fabbrica di Papà” (Ugo Iezzi, Tabula fati, Chieti, 2019) con la canzone di Max Pezzali: “Hanno ucciso la Cartiera. Chi sia stato non si sa. Forse quelli della Mala (Politica), L’Anti Fabbrica di Papà”.

“La memoria – ha precisato nel suo intervento Giorgio Benvenuto – è oggi più di ieri importante. Non si può vivere di rendita. Non ci si può piangere addosso. Bisogna fare, lo diceva Luciana Castellina in una sua recente intervista, come i “benedettini” che nei secoli bui del Medioevo si presero cura, a futura memoria, di tutto quello che di fondamentale il passato aveva prodotto. Il Museo Celdit è in questo scenario la soluzione più ragionevole e più vincente”.

La cartiera negli ultimi anni proprietà della Burgo

Ebbene sì, una iniziativa ragionevole e vincente, e ci auguriamo aggregante, perché stiamo parlando di una cartiera che ha prodotto oltre ad una certa carta di qualità, anche lavoro, occupazione, professionalità, reddito, economia, benessere, nel suo cammino luminoso. Una fabbrica totale che aveva con i lavoratori del Villaggio Celdit un rapporto strettissimo di lavoro e di vita. Si pensi alle gite, alle colonie, ai pacchi di Natale, ai quaderni, allo spaccio aziendale, alla festa del 1° Maggio, che il direttore dell’epoca, Ugo Poggianti, ha esaltato con i suoi servizi fotografici.

La Celdit (acronimo di Cellulosa d’Italia) nasce a Chieti in località Madonna delle Piane nel 1938 e va in funzione nel 1940, fabbrica solitaria circondata da campi coltivati e punto di passaggio di greggi, tanto cari a d’Annunzio, in Abruzzo che d’industria ha poco o niente. La fabbrica sorgerà su proposta dei fratelli Pomilio: l’ingegnere aereonautico Ottorino Pomilio (Chieti, 8 ottobre 1887 – Roma, 3 gennaio 1957) e il chimico Umberto Pomilio (Chieti, 1890 – Francavilla al Mare, 1964). Inizia così, con il brevetto innovativo Pomilio (cellulosa dalla paglia di grano), la produzione della carta di qualità che conquisterà tutto il mondo e che creerà poi le basi per il futuro sviluppo industriale della Vallata del Pescara.

Nel 1940 viene altresì avviata la costruzione di un centro residenziale per i lavoratori della fabbrica a due passi dal luogo di lavoro, nel cosiddetto “Villaggio Celdit”, per l’appunto, il “Villaggio della Fabbrica di Papà”, con quarantotto palazzine bifamiliari, a due piani, con giardino e orto, e poi una piazza centrale con intorno tre palazzine, di cui una con porticato, che la chiudevano da tre lati e con altri due edifici sul lato della strada statale Tiburtina Valeria. La fabbrica arriverà a contare un migliaio di dipendenti, tra diretti e indiretti.

Lo stabilimento sorge su un terreno di 42 ettari con una previsione di 400/500 posti di lavoro tra impiegati, tecnici e operai. Era prevista una lavorazione di 500 quintali al giorno di paglia per un consumo annuo di circa 500.000 quintali raccolti in Abruzzo, Puglia e Pianura Padana, trasportati su ferrovia per essere immagazzinati in ampi capannoni, in un “Parco Paglia”. A ridosso dell’impianto dove svettava la torre di produzione, chiamata da noi del villaggio della fabbrica di papà, “Balena Bianca”, per i suoi richiami avventurosi che hanno costituito per settant’anni parte dell’ambiente e del paesaggio della vallata della Pescara.

 

Con la guerra la Celdit chiude e riapre nel 1948 con una linea produttiva acquistata con i fondi americani del Piano Marshall. Nello stabilimento entra in funzione l’impianto di cartiera e si realizza così il vecchio progetto di Ottorino Pomilio di creare una fabbrica a ciclo continuo, dalla materia prima, la cellulosa, alla carta, il prodotto finito.

La Celdit si sviluppa grazie anche all’installazione di tre macchine continue per la produzione della carta e di tre pattinatrici, intensificando il centro di ricerca, grazie al chimico napoletano Gabriele Moltedo, a cui si devono la ricerca e lo sviluppo della pregiata e rinomata carta patinata Celdit (De Agostini era tra i clienti principali). Un livello qualitativo di produzione che permette alla fabbrica di raggiungere in breve tempo posizioni di livello in campo internazionale per una carta patinata di grande pregio.

Con il miracolo economico, si espande la produzione e si intensificano le lotte sindacali e tante donne (le cartierine) iniziano a lavorare in cartiera e intorno alla Celdit nascono altri stabilimenti: lo zuccherificio, la camiceria Marvin Gelber con tremila dipendenti per la maggior parte donne, una trafileria, poi la Farad, radiatori, la Richard Ginori, porcellane e cristalleria, la Tegolaia, mattonelle, la General Sider, tubi, la Telettra, telecomunicazioni, eccetera. Anche grazie agli aiuti della Cassa del Mezzogiorno.

Dopo settant’anni di attività e diverse vicissitudini gestionali, lo stabilimento chiude ed è abbattuto nell’ottobre 2008, senza lasciar alcuna traccia, se non un’ala degli uffici amministrativi e la villetta residenziale del direttore, con l’alienazione di tutti i macchinari, e con 250 lavoratori rimasti senza occupazione, posti in mobilità, in attesa di pensionamento e con la promessa di un progetto (IN.TE) rimasto purtroppo solo sulla carta (non quella della Cartiera Celdit).

Lo stabilimento, acquisito negli ultimi anni dalla Burgo Group, viene chiuso e distrutto e, chissà perché, in un battibaleno. Un “buco nero” che ha scosso le coscienze di una collettività di un territorio riconvertito nel terziario. In una area un tempo ad alta presenza operaia, oggi c’è una sede universitaria, la “Gabriele d’Annunzio”, e di questo vive soprattutto la attuale comunità di Madonna delle Piane e del Villaggio Celdit, con l’indotto degli studenti e dei docenti. Molti di loro non sanno neppure che in tempi passati c’era una grande fabbrica con intorno altre fabbriche che davano lavoro a migliaia e migliaia di persone, un polo industriale di tutto rispetto, di cultura industriale, operaia e sociale. Non lo sanno perché la proprietà, radendo al suolo la Celdit, ha raso al suolo anche il ricordo.

Come tanti, credevo la cartiera Celdit, poi Cir e poi Burgo, fosse mitica, indistruttibile, immortale, una super fabbrica facente capo alla Marvell, e invece la Cellulosa d’Italia non esiste più. Al suo posto non rimane che brughiere di arbusti e piante, un vuoto industriale, urbanistico e sociale, nonché culturale. Lo stabilimento dei nostri papà nel 2008 è stato chiuso e in quattro e quattr’otto, distrutto, raso al suolo.

La fabbrica difesa mille volte dal movimento operaio in infinite vertenze sindacali, nel 2008 è stata lasciata sola e abbandonata al suo tragico destino, con la miopia politica e istituzionale di quegli anni. E poi la “morte”. sta di fatto che con la “morte” dello stabilimento si è dato il colpo finale a una bellissima avventura industriale e sociale, con migliaia e migliaia di posti di lavoro creati e infine buttati alle ortiche.

Hanno ucciso la Cartiera! Chi sia stato non si sa! Forse quelli della Mala (Politica)! L’Anti fabbrica di Papà”!

Di qui l’esigenza, l’idea di dare vita a un luogo che ne serbi e valorizzi la memoria. Nel 2014 il Centro Sudi “Domenico Spezioli”, con l’obiettivo di valorizzare l’identità della Celdit e del Villaggio Celdit, e di non distruggere anche la memoria di una grande eccellenza industriale, culturale, architettonica e sociale, ha proposto alle istituzioni, enti e associazioni di elaborare assieme il progetto che ha chiamato “CELDIT MUSEUM”. Uno spazio museale della carta, della stampa e della memoria collettiva, con l’obiettivo di favorire e sostenere iniziative di promozione scientifica e culturale con seminari, convegni di studio, ricerche storiche e pubblicazioni, attraverso anche la condivisione di organi pubblici e privati quali sponsor dell’istituzione museale e delle sue attività.

Un museo che vuole essere un importante laboratorio artigianale e artistico, inserito a pieno titolo nell’Associazione italiana dei musei della stampa e della carta, con l’obiettivo di dare un contributo alla riqualificazione della città, riannodare i legami sociali e urbanistici tra Chieti e Chieti Scalo, e recuperare un patrimonio culturale importante, creando un legame anche con il centro museale polivalente (ex Burgo) di Toscolano Maderno.

La Burgo, l’ultimo gruppo industriale a gestire la Celdit, avrebbe il dovere morale (il dna del gruppo “dialoga con l’arte”) di prendere in considerazione la richiesta, avanzata dal Centro Studi “Domenico Spezioli”, di una comunità sociale e culturale che chiede di conservare almeno la memoria di una grande eccellenza industriale, mettendo a disposizione della città di Chieti un locale per la realizzazione del museo.

Il Centro Studi “Domenico Spezioli”, da tempo impegnato in battaglie civili, culturali e sociali, ha deciso pertanto di “tornare a dare carta”, chiedendo ai portatori d’interesse collettivo della città di sottoscrivere assieme un protocollo d’intesa per non uccidere due volte la “Fabbrica di Papà”, fisicamente e spiritualmente, ma di farla rinascere, in un disegno più generale di tutta la città, in una rete di cittadinanza e progettualità in cui mettere teste, cuori, gambe, saperi, creatività, volontà di chi vuole bene al bene comune, coinvolgendo tutti, Burgo Group compreso.

Ugo Iezzi

Ugo Iezzi, villaggese doc, nella piazza (prima foto); con mamma, papà e amici durante il festeggiamento del compleanno (seconda foto)

 

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