“Coronavirus: gli incubi notturni di un medico di famiglia”. Di Pasqualino Lalli

Una voce cristallina e spensierata mi risponde al telefono dopo circa cinque minuti di attesa. Mi presento e chiedo di parlare con un collega del SIESP (Centro informazioni specialistiche per il Coronavirus). <<Gliela passo, attenda>>. Dopo un’attesa di circa 25 minuti – stavo per chiudere – mi risponde una collega con voce stanca, sfiduciata e monocorde. <<Dottoressa, un mio paziente, agente di commercio, con tosse e febbre recidiva nel giro di pochi giorni, 15 giorni or sono ha cenato con un gruppo di colleghi a Villareia. Proprio oggi ha ricevuto un messaggino da uno dei commensali in cui si comunicava la propria positività al tampone del Coronavirus.>>. “Devi visitarlo e metterlo in quarantena”. << Sono già stato al suo domicilio: ha febbre recidiva e faringo-tracheite: secondo me merita un tampone>>. “No, non è necessario. Deve solo stare in osservazione”. Mi accaloro: <<Ma un caso più ideale di questo per fare un tampone non esiste!>>. La dottoressa nel frattempo incalza… “deve essere solo tenuto in osservazione…”. Una malcelata paura mi investe, avevo guanti e mascherina, ho disinfettato il fonendoscopio, ma il timore che mi sia sfuggito qualcosa mi assale. <<Ma allora quando si fa il tampone? Quando il paziente se l’è già fatto da solo?… ed è pronto per il lavoro delle lmprese Funebri?>>. Finalmente ride e mi risponde candidamente di sì. <<lo ho fatto una domanda in italiano e tu mi rispondi in cinese>>. L’interesse della collega per il mio caso scema rapidamente e chiudo promettendo di farmi risentire. Vengo richiamato dalla famiglia del paziente e lo raggiungo al suo domicilio; non immaginavo che in 24 ore fosse così scheletrito. Consiglio di eseguire un farmaco analettico (rinforzante), preparo la siringa e vado per fare la puntura. Mi sento il braccio come intorpidito. La punta dell’ago giunta a 1 mm dalla cute si ferma bruscamente contro la mia volontà. Riprovo ottenendo il medesimo risultato. Riprovo, riprovo e riprovo, per l’ultima volta. È a questo punto che mi sveglio di soprassalto ansimante e con grande sollievo, ma impaurito mi accorgo di essere nel mio letto, nel cuore della notte.

Con meraviglia mi accorgo che ho il respiro accelerato e la fronte leggermente perlata. Ma come è possibile tutto ciò? io non sono mai stato ansioso. Ma, allora il virus è veramente tra noi? Può stare nella faringe e nel respiro di chiunque, oppure sulle superfici, ma quanto tempo vi rimane? Vediamo dunque di ricordare: il virus resiste fino a 4 ore sul rame, fino a 24 ore sul cartone e fino a 72 ore su plastica e acciaio. Ma sarà vero? Come hanno fatto a stabilirlo? E chi ha tempo di disinfettare tante superfici con etanolo, acqua ossigenata o varechina? Dovrei lavorare meno per farlo, ma il telefono squilla continuamente e poi ci sono le visite da fare; però il tempo deve uscirci. E i sintomi che riferiscono i pazienti sono i più disparati, fantasiosi e difficili da inquadrare. Per non parlare dell’aria. Dicono gli esperti che in ambienti chiusi il virus, spruzzato con tosse o starnuti, può restare sospeso nell’aria per tre ore. Perciò si raccomanda di tenere arieggiati gli ambienti di continuo. Avendo però i dispositivi (che non si trovano), non si corrono rischi. La vera cura, a ogni modo, è il vaccino, che però non sarà disponibile prima degli inizi del 2021. I pazienti prendono per oro colato tutto ciò che la televisione dice. Compresi i tanti farmaci che vengono propinati come miracolosi. È lecito lasciarli nell’illusione o devo dire la verità? Cioè che tante cose sono tutte da dimostrare? Non ricordo chi l’abbia detto, ma è nei momenti di crisi che si è più soli ed è oltremodo difficile assumersi la responsabilità delle proprie decisioni.

Ho riletto le mie considerazioni di febbraio scorso, si tratta di un mese e mezzo fa. Sembra che siano passati due anni, per l’atmosfera che vi aleggia, molto più rarefatta e tranquilla. Ma all’epoca chi avrebbe mai immaginato che avremmo superato lo Cina in questo triste primato?

 

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