Il sentimento di questo tempo del vignettista e ritrattista Franco Pasqualone

La sua capacità di cogliere “l’attimo fuggente dell’ironia”* non  vuole esercitarla in questo momento: “non riesco a prendere la matita in mano, ho un rifiuto. Preferisco rilassarmi un po’ nel mio giardino. Mi arrendo di fronte a tanta sofferenza. Osservo quello che accade, ora posso essere solo testimone”. Il vignettista e ritrattista caricaturale Franco Pasqualone esprime il disagio con cui vive i tempi dominati dal Coronavirus. Eppure lui nel suo lavoro ha vissuto vicende molto dure, soprattutto nel periodo che, come agente di Polizia, faceva la scorta ai giudici durante i processi in Puglia. Quel lavoro pericoloso non lo aveva demoralizzato, continuava a esercitare la sua pungente ironia con vignette riferite all’attualità, e per questo aveva iniziato anche una collaborazione con la Gazzetta del Mezzogiorno. Ha collaborato inoltre con i quotidiani Il Messaggero, Nuovo Abruzzo Oggi e Il Centro che lo hanno fatto conoscere al grande pubblico abruzzese. Ha collaborato anche con vari periodici: Il Segnaposto, rivista di enogastronomia,  Veleno settimanale satirico nazionale e La Voce dei Marrucini. È stato cofondatore del mensile satirico Ajje e Ojje.

Personaggio noto e nostrano, perché Franco è nato e vive vicino al Villaggio Celdit di Chieti Scalo. Nel 1958 nacque nella casa che ora si trova dietro la scuola, più o meno di fronte al bar Veronese di via Pescara. In quel periodo lì c’era solo campagna, nella sede attuale dei Carabinieri era collocato un centro dei paracadutisti della Folgore. Nelle campagne venivano coltivati barbabietole da zucchero e tabacco. “Mio padre lavorava la terra come mezzadro e lavorava anche allo zuccherificio – ricorda Franco -. Quando avevo 5 anni ci trasferimmo a Colle dell’Ara, dove attualmente abito. Anche qui c’erano solo campagne e boschi. Mio padre iniziò a lavorare alla camiceria Marvin Gelber dove era addetto al carico-scarico dei rotoli di stoffa, mentre mia madre fu assunta alla Richard Ginori come caporeparto e qui lavorò per 20 anni”.

Sin da piccolo Franco amava disegnare e il suo lavoro in Polizia ha rafforzato le sue doti di analisi psicologica e il pensiero fulmineo e visionario che hanno sempre accompagnato prima le sue vignette e poi i ritratti caricaturali che oggi espone in varie mostre di valore in giro per l’Abruzzo e dai quali è nato il libro “Cocce e cocce”. Ha partecipato a rassegne di satira e umorismo riscuotendo premi e riconoscimenti. Vittorio Sgarbi ha detto di lui che ciascun ritratto ha un’identità ben definita attraverso un particolare. Non sono però solo le qualità tecniche a renderlo un artista di spessore, Franco sa individuare i personaggi che hanno un peso nella società e che stanno cambiando la storia. Anche se non mancano varie collezioni, come quella dei politici e degli attori, locali e internazionali, con vizi e pregi.

Il critico d’arte Massimo Pasqualone (che non è suo parente) nella prefazione di Cocce e cocce scrive di lui: “Franco di ognuno ci dà l’identikit, non solo con la coccia, ma con un particolare che ne ricorda la caratteristica, il lavoro, il modo di essere, l’anima vera di ciascuno, in una sorta di estrospezione psicologica che mai ti aspetteresti, in luce con l’acuta osservazione di Antonio Del Giudice: <Franco Pasqualone conosce il paese dove vive e il modo di pensare della gente e delle classi dirigenti. Ne coglie i punti deboli e le manie. Riesce a sondarli con un periscopio affondato nell’animo>. Già, un periscopio affondato nell’animo, una sorta, per mutuare Ungaretti, di palombaro dello spirito che il tu lo conosce bene e lo rappresenta nelle Cocce, da vera Coccia (testa pesante) quale è”.

Ha scritto anche libri di satira politica: Caro Tonino, Berluskaiser, Lapislazzuli, Una botta e via, A pesci in faccia, Abruzzopoli, Sarò breve, Dietro la notizia, Abruzzo tanto Humour per nulla, Cose turche, Magna magna.

Un curriculum d’eccezione, ma Franco non ha mai perso l’umiltà. Schivo e riservato, non ama parlare di sé, né essere protagonista, non dimenticando mai la terra che lo ha allevato e il lavoro onesto e faticoso che i genitori gli hanno trasmesso come valore.

*Espressione usata dal critico d’arte Massimo Pasqualone nella prefazione del libro “Cocce e cocce” 

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