Mentre studiavo per diventare medico aiutavo mio padre in Conceria. Di Pasqualino Lalli

<<Migrante io? Ma che dici, io sono italiano, io sono abruzzese!>>. Mi riguarda attonito un vecchio compagno di scuola delle Elementari, nato e cresciuto a Chieti, <<e pertanto allora tu sei un “indigeno”>>, gli rispondo scherzosamente. Subito però mi apparse il ricordo di un bambino nella cabina di un camioncino che fa un viaggio di 100 chilometri, tutto curve, salite e discese. Era pieno di mobili, panche, credenza (quei mobili da cucina che avevano una piccola rientranza centrale a semicurva ricoperta di tanti specchietti e una vetrata superiore dove mettere i cristalli), sedie e altro che a ogni curva scricchiolavano pericolosamente. Nello spostamento dal paesino di Castiglione Messer Marino verso Chieti Scalo, man mano aumentava il caldo tra un rivolgimento e l’altro di stomaco. Effettivamente ero quindi un migrante.

Papà infatti cercava nuovi spazi per il suo lavoro artigianale di conciatore di pelli. <<Che fa un migrante?>> gli dico, <<cerca di integrarsi, e così ho fatto: alcuni ragazzi della contrada in cui abitavo, giocavano a calcio in un terreno dietro casa. Volli giocare pure io e fu una tragedia. Il campo di grano era stato appena mietuto e le stoppie erano ancora lì, prima dell’aratura. Gli altri ragazzi giocavano a piedi nudi e anch’io tolsi le scarpe. Ad ogni passo di corsa le stoppie entravano come spilli che pungevano e facevano sanguinare le mie caviglie tenere. A passi prudenti e sollevando tutta la gamba abbandonai il campo trattenendo a stento le lacrime e la voce si fermò a stento nella strozza, ma feci finta di nulla. Fracchia o Fantozzi che dir si voglia (Alias Paolo Villaggio) non avrebbe saputo far di meglio>>. L’amico si faceva grosse risate prendendo in giro un “montanaro”.

<<Ricordo la assordante Sirena della Celdit, alle ore 12, e pochi minuti dopo uno sciame di biciclette che si fermavano veloci una dopo l’altra nelle case lungo la strada; erano uomini sudati e frettolosi senza mai un sorriso, a mala pena un cenno del capo come saluto. Cinquanta minuti dopo sarebbero ripartiti con ordine inverso verso quella industria con tante canne fumarie e tanti covoni di paglia attorno. In questo contesto nacque e si sviluppò la piccola conceria di mio padre, in via Piaggio.

I clienti portavano le pelli di volpe, faine, martore, donnole, ma anche di agnello, pecore e di qualche vitello o mucche. I cacciatori ne andavano fieri, perché dopo la concia un sarto ne avrebbe fatto il “collo di pelliccia” per il cappotto delle loro mogli. A volte portavano l’animale intero e ricordo le sapienti mani di mio padre che con maestria scuoiavano l’animale>>. Il mio amico iniziò ad ascoltarmi con grande interesse. Aggiunsi, <<Una volta il Circo Togni, che era nel piazzale dello stadio, ci chiamò: era morta una tigre. E fu così che anche in questo caso papà scuoiò il felino e ne conciò la pelle>>. Era un lavoro delicato e di precisione per la parte chimica, nei vari dosaggi di prodotti, ma duro e pesante in altri passaggi come il lavaggio. Il vello della pecora in acqua decuplicava addirittura il proprio peso. Il mio amico sempre più incuriosito: “ma come cominciò tutto questo? In realtà questo è un lavoro che non ho mai sentito. Non ho mai sentito nessuno qui a Chieti che facesse il conciatore di pelli”. Ripresi <<Tutto era cominciato durante la Guerra, quando nella loro avanzata verso il Nord le truppe alleate passarono per Castiglione Messer Marino. Un soldato polacco insegnò a papà ad estrarre il Tannino dalla corteccia degli alberi e quindi ad operare i primi rudimenti della concia, poi ci fu un susseguirsi di miglioramenti di trattamento>>. “E poi che ricordi hai ancora tu che eri un immigrato?”. Mi stuzzicava perché si era accorto che questo era un mio punto sensibile, come un nervo scoperto. Senza raccogliere la schermaglia gli dissi che nel frattempo vidi letteralmente fiorire la vallata del Pescara con industrie di respiro nazionale che andavano benissimo. E anche noi arrivammo ad assumere, nel nostro piccolo, ben cinque dipendenti. Mi incalzò, “E perché la conceria fu chiusa?” <<Perché cominciarono ad arrivare dall’estero prodotti finiti, di buona qualità e soprattutto a basso prezzo, con la cui concorrenza una attività di tipo artigianale non poteva confrontarsi>>. Aggiunsi amaramente: <<Questa è la Globalizzazione!>>. Ma allora nessuno sapeva che si chiamasse così.

Riprese, “E andò sempre tutto liscio?” Veramente un lampo scosse la mia memoria e soggiunsi <<fu acquistata una macchina che pettinava le pelli di pecora, la Cardatrice. Era un rullo con tanti denti che ruotava. Noi figli aiutavamo a turno e quella volta toccò a me. Bene, uno dei denti della cardatrice infilzò la mia maglia di lana portando il braccio destro fra gli ingranaggi. Mio padre venne travolto dal panico e corse a chiamare aiuto. Furono momenti di attesa interminabili; quando alcuni uomini arrivarono, staccarono fra loro i rulli e il braccio schiacciato, come nei cartoni animati, fu liberato. Salii agli onori della cronaca: il 21.12.1971 ci fu un trafiletto sul Messaggero che raccontò i fatti in Cronaca di Chieti. Il giornalista ha trasformato il nome della macchina, chiamandola Scardinatrice.>> “E non temesti di non poter più fare il medico con un braccio lesionato?” Dopo molti secondi di silenzio e con voce grave risposi <<Sì che l’ho temuto e per molti mesi, ma quel giorno dovetti spendere molte energie per consolare papà sul fatto che sarebbe andato tutto bene e che lui non aveva colpa di nulla. Mi accompagnò in Ospedale con la 1100 Fiat e sbagliando anche strada. Ripensando all’articolo sul giornale mi convincevo sempre più che la macchina più che Cardatrice poteva essere proprio una scardinatrice, per il mio futuro. Per fortuna non persi il braccio, anzi andò tutto bene, ma da mia madre a mia nonna fino alle sorelle si gridò al Miracolo>>. A questo punto il mio amico dandomi una pacca sulle spalle si congedò dimostrandomi la sua solidarietà. Morale della Storia: non bisogna piangere sul latte versato, tutto è bene quel che finisce bene.

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