In questo momento di chiusura forzata il Piccolo Teatro dello Scalo lancia un appello

Il mondo del teatro è sotto shock a causa del Coronavirus. I palcoscenici vuoti si riempiono di domande: quale strada prenderà il teatro? Cambierà? Come si collocheranno gli spettatori? In che modo si continuerà a occupare il tempo e lo spazio? L’emergenza sanitaria ha creato di fatto una realtà virtuale dove lo spettacolo dal vivo è stato mutuato da forme inedite di comunicazione con il pubblico.

Editoriale

E se si pensa che il teatro si è da sempre basato sul rapporto tra attore e spettatore, si intuisce come oggi il suo mondo sia attraversato da uno stato di malessere: “il teatro deve avere un pubblico capace di darci un minimo necessario di fiducia e di credito, di vincolarsi con noi proprio perché a noi è impossibile fare a meno del pubblico, parte integrante del nostro tentativo”, sosteneva Artaud nel 1933. Un rapporto fatto di fisicità, oggi azzerato dal teatro in streaming che dall’altro verso ha allargato la platea potendo raggiungere molte più persone.

Parliamo di un’arte che sin dall’inizio è stata specchio, espressione e risultato della società in cui si inserisce. Il teatro ridefinisce carattere e abitudini di una società, marca i contorni delle relazioni personali, delle reazioni culturali e politiche, amplifica le “voci di dentro” che ritornano agli spettatori come possibilità di ripensarsi e capirsi.

Significative sono le parole del regista umbro Michelangelo Bellani, intervistato dallo storico del teatro Maria Francesca Stancapiano su questa nuova fase: “si avverte la necessità di creare nuove compagnie in base a nuovi linguaggi più improntati su testi arcaici, ma pur sempre attuali, come quelli greci, per esempio che possano fare da specchio alla società nuova, una necessità di riattivare l’intero percorso del secolo scorso, partendo dalle sue origini e presupposti culturali. Questo per dire che in un presente, forse, è necessario coltivare la memoria di ciò che ci ha preceduto e che, dunque, ci ha ridonato speranza nella ri-creazione. Cosa sopravvive della memoria di un popolo, quali le singole tradizioni culturali tanto da riconoscerne l’identità in un’azione, in un canto, in un colore? La memoria stessa nella ripetizione, all’interno di un rito che abbia la funzione di reincarnare quel mondo, costruendone le funzionalità semantiche per scoprire l’ordine sociale o la riproduzione dello stesso. Per questo, dunque, si fa teatro: non solo perché si ha qualcosa da dire, ma anche perché si ha qualcosa da ricordare, da rievocare in una eco di un tempo che passa. È poi necessario che la rievocazione di questo avvenga sempre nello stesso luogo? Adesso non lo sappiamo. Adesso è il momento di un ascolto collettivo per una costruzione in un periodo che non deve accusare penitenza né indossare alcun tipo di colore. Perché è un presente da colorare”.

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Il teatro dunque oggi condivide con la società la sensazione di sospensione. La stessa che sta vivendo l’associazione Il Canovaccio con Giancamillo Marrone, direttore artistico del Piccolo Teatro dello Scalo, in via Pescara a Chieti Scalo.

Giancamillo è nato in una delle casette del Villaggio Celdit e qui è cresciuto. Ha lavorato 20 anni in Cartiera. La sua casa fu demolita quando iniziò nel suo quartiere la costruzione dei palazzi, così suo padre comprò casa in via Pescara, ma i suoi parenti e amici risiedono ancora nel Villaggio. È forte in lui il senso di questa comunità . Suo nonno entrò a lavorare alla Cartiera Celdit con matricola n. 3, successivamente fu assunto il padre e nel 1988 entrò lui. A quei tempi frequentava già da un anno l’Accademia del Teatro al Marrucino nata con lo scopo di creare una compagnia stabile del Marrucino, obiettivo che non si è mai realizzato. In fabbrica Giancamillo lavorava con i turni e riuscì a concludere i tre anni di corso dell’Accademia.

Alla Celdit entrò come operaio e successivamente fu impiegato come informatico, ruolo che ha mantenuto fino alla chiusura della fabbrica nel 2008. La passione per il teatro non l’aveva mai abbandonato, quindi ricominciò a pensare al suo sogno: costruire qualcosa per il suo quartiere. Costituì l’associazione “Il Canovaccio” nel ’97, quando lavorava ancora in Cartiera, nel Centro elaborazione dati, ma già nel ’90, ’92 faceva promozione culturale attraverso i laboratori teatrali dedicati ai ragazzi delle scuole e agli anziani, presso il Centro culturale del Villaggio. Dal ’97  tiene laboratori teatrali regolarmente, senza mai aver smesso.

Il primo passaggio importante per la sua associazione fu quello del 2000: “l’allora sindaco Nicola Cucullo ci diede una sede stabile, un vecchio asilo in via Marino da Caramanico in cui siamo rimasti fino al 2008. Era munita di spazi esterni per spettacoli e concerti. C’era un progetto per un teatro di legno all’esterno dell’asilo, ma grazie all’aiuto dell’imprenditore Nicola Sebastiani abbiamo aperto la nuova sede stabile del Piccolo Teatro dello Scalo in via Pescara – dice Giancamillo -. Da allora abbiamo invitato tanti personaggi e attori importanti, senza l’aiuto di fondi pubblici. Molti ragazzi che frequentavano i laboratori hanno trovato la spinta per portare avanti i propri progetti perché il teatro aiuta a costruire l’identità di un territorio. Siamo soddisfatti, intorno a questo spazio si è creata una comunità che sente questo spazio come il proprio e sente l’ambiente accogliente. Se potremo riaprire stiamo pensando per questa estate di fare teatro all’aperto nello spazio antistante alla nostra sede”.

In questo periodo di chiusura, le compagnie hanno la possibilità di ripercorrere il passato, di aprire gli archivi e guardare da lontano tutto il lavoro

fatto e nello stesso tempo cercano di non perdere il contatto con il pubblico tramite nuove forme di comunicazione. Il Piccolo Teatro dello Scalo ha aperto un canale Youtube sul quale pubblica Pillole di riflessione sul teatro; la pagina Facebook già esistente ospita il materiale prodotto dai laboratori le cui attività continuano attraverso i social Whatsapp e Hangouts con i monologhi degli allievi; alcuni progetti vengono realizzati attraverso la didattica a distanza.  E chissà se questo improvviso utilizzo della rete favorirà la nascita di nuovi linguaggi.

Affinché tutto quello che è stato fatto fino ad oggi non vada disperso e per essere pronti a tornare con la stessa forza ed energia dopo la fine dell’emergenza Coronavirus, l’associazione fa un appello per un sostegno economico.

 

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