L’Associazione Infermieri Cives Chieti: “abbiamo professionalità e mezzi, una risorsa per la città”

“Per fortuna lavoro presso Malattie Infettive di Chieti. La nostra preparazione specifica e la particolare organizzazione del reparto hanno reso sopportabile la pressione nella gestione dell’emergenza Covid-19, che invece in altri reparti è stata più problematica”. Sono le parole inaspettate di Fabio Cellini (nella foto di copertina), infermiere e presidente del CIVES Chieti, associazione di volontariato nazionale articolata su base provinciale formata esclusivamente da infermieri regolarmente iscritti agli Ordini provinciali. Lui è uno degli invisibili che hanno assistito i pazienti positivi al Coronavirus durante la degenza. Invisibile durante il lavoro, ma al di fuori di esso Cellini è un punto di riferimento per il mondo dell’associazionismo volontario. Già presidente dell’Ordine provinciale delle Professioni infermieristiche, oltre alla presidenza dell’associazione provinciale, attualmente riveste le cariche di vicepresidente nazionale del Cives (coordinamento infermieri volontari per l’emergenza sanitaria) e consigliere dell’Ordine che a Chieti conta 3400 iscritti.

I dati dei servizi per l’emergenza Coronavirus nel primo trimestre hanno rilevato il 6% della forza nazionale dispiegata nella provincia di Chieti, pari a 7 operatori volontari, nonostante a Chieti non sia stata attivata la funzione sanitaria all’interno del COC, Centro operativo comunale aperto per l’emergenza.

L’incidenza che la professione di infermiere ha sul territorio sta nei dati: “il rapporto medio ottimale europeo è di 6,8 infermieri per ogni mille abitanti – precisa Cellini -. In Abruzzo la media è di 5,6 infermieri per ogni mille abitanti, in linea con la media nazionale. Ne servirebbero 2600 in più, quindi possiamo dedurre che il territorio non è coperto nella sua interezza. Oggi per l’emergenza Covid-19 facciamo sorveglianza sanitaria ai passeggi e, in collaborazione con il Dipartimento di Protezione Civile regionale, ai voli internazionali nell’aeroporto di Pescara”.

Il nuovo ruolo dell’infermiere non sta più solo nell’assistenza, ma diventa parte attiva nella costruzione di un più efficiente funzionamento del sistema sanitario, ruolo che anche l’Università ha valorizzato con l’istituzione di un Corso di Laurea. Per esempio, racconta il presidente del Cives, “nel ’98 la Federazione Nazionale dell’Ordine delle Professioni infermieristiche ha valutato che in Protezione Civile non esisteva un apporto adeguato di tipo professionale, quindi è stata costituita questa associazione di soli infermieri professionali per portare le proprie conoscenze anche lì. C’è stato via via un riconoscimento professionale dell’infermiere e oggi c’è collaborazione e non sudditanza tra medici e infermieri. Invece nella popolazione non c’è ancora questo riconoscimento e l’infermiere non è giustamente valorizzato, l’immagine sociale che se ne ha è ancora di vecchia concezione”.

Dal 2013 l’associazione Cives è iscritta nell’Elenco nazionale della Protezione Civile con un compito preciso: “all’interno della Protezione Civile facciamo assistenza sanitaria alla popolazione, in caso di emergenza veniamo allertati nei luoghi di raduno o dove la popolazione viene trasferita in situazione di sicurezza. Valutiamo e segnaliamo il fabbisogno di salute in tutti i suoi aspetti. Facciamo segnalazione anche di tipo socioassistenziale. Per organizzare meglio il lavoro la nostra associazione ha attivato una scheda di valutazione, la SVEI, con la quale vengono identificati tutti i fabbisogni dei componenti di una famiglia, che li accompagna per l’intera durata dell’emergenza. I volontari si dedicano alla compilazione della scheda e valutano se la collocazione assegnata è idonea in base al loro fabbisogno sanitario. Questa scheda poi passa alla sanità territoriale per la continuità assistenziale delle persone. Quindi passiamo alla ricognizione e mappatura delle persone che hanno bisogno di assistenza domiciliare. Alla fine dell’emergenza facciamo, insieme al Dipartimento di Protezione Civile, la valutazione del nostro lavoro per rilevarne l’efficacia.

Nei periodi di calma lavoriamo per il riconoscimento della nostra figura nel Dipartimento. Siamo una struttura dell’emergenza che gli enti locali non conoscono nonostante abbiamo dato il supporto a molti interventi di emergenza come quelli del terremoto di L’Aquila, Sri Lanka, Umbria e Centro Italia; eravamo tra gli 800 volontari per il soccorso durante la celebrazione delle esequie di Papa Giovanni Paolo II,  alla quale hanno partecipato 4 milioni di persone, con 56 infermieri, 120 ambulanze, 4 ospedali da campo; siamo intervenuti anche nella tragedia del ponte Morandi.

La nostra associazione ha proposto al Dipartimento un programma di alfabetizzazione del linguaggio del Dipartimento stesso. Abbiamo quindi firmato un Protocollo d’Intesa per istituire corsi di formazione rivolti ai dirigenti infermieristici e sanitari sul funzionamento del Dipartimento in occasione di calamità naturali.

Inoltre facciamo campagna di sensibilizzazione della popolazione tutti gli anni, come quella del non rischio, ma spesso le istituzioni sono latitanti. Eppure il nuovo ordinamento della Protezione Civile specifica che deve essere il cittadino a preoccuparsi di sapere come organizzarsi in caso di calamità, perciò le campagne sono rivolte a lui, per orientarlo nelle piccole azioni”.

Cellini espone poi una situazione in bilico. “L’associazione nazionale si è dotata di mezzi e attrezzature per la colonna mobile composta da diversi moduli che si riuniscono in caso di emergenza. Con il contributo del Dipartimento ci siamo dotati di tende PMA (posto medico avanzato) e tende ambulatoriali: si fa una convenzione con il Dipartimento nazionale in un’ottica di reciproco aiuto, quindi il Dipartimento può richiedere i mezzi in carico all’associazione. Abbiamo l’arredo interno delle tende, materiale logistico a supporto dell’attività, mezzi finalizzati al trasporto, più il modulo logistico che funge da sala operativa, segreteria generale o punto d’accoglienza. Siamo dotati di un pick-up, furgoni e camion funzionali alla colonna mobile attualmente affidata al Cives Chieti. Provvisoriamente, e dietro autorizzazione del sindaco, la colonna mobile è ferma in un deposito di proprietà dell’amministrazione comunale in attesa della formalizzazione dell’ufficio preposto per un comodato d’uso. Durante questi tre anni abbiamo assicurato la manutenzione e auspichiamo che ci affidino la sede al più presto per poter accedere ai fondi per la fornitura dei servizi funzionali alla manutenzione dei mezzi e alla sicurezza del deposito. Se non si arriva a una soluzione c’è il rischio che mezzi e materiali vengano trasferiti nella sede del polo logistico del Dipartimento nazionale di Protezione Civile di Avezzano.

La colonna mobile è una risorsa per la città, non solo in caso di calamità in quanto la presenza sul territorio riduce i tempi di risposta alle situazioni emergenziali di protezione civile. La manutenzione del materiale e i corsi di addestramento per il personale favorirebbero l’arrivo di esperti da tutta l’Italia. Inoltre Chieti avrebbe una visibilità diversa per il Dipartimento e per i Comuni limitrofi. Sono tanti gli aspetti positivi, perciò il nostro impegno è massimo per la realizzazione di questa opportunità”.

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