Bentornata pausa caffè nei bar che si reinventano

I segni della pandemia sulla società sono profondi e porteranno cambiamenti socioeconomici ancora non percepibili nella loro interezza e complessità. Passeggiando lungo le strade della nostra città le vetrine vuote ormai sono tante, sono quelle dei negozi che hanno preferito non riaprire perché già in sofferenza o perché l’evoluzione del sistema commerciale, che il virus ha solo accelerato, richiede nuove competenze, un ripensamento nell’approccio col cliente che in percentuale sempre maggiore preferisce l’acquisto online. Ma serve tempo per valutare e riconvertirsi, magari nel settore avanzato dei servizi, del digitale, dell’economia circolare.

Ciò che invece l’e-commerce non può sostituire è l’incontro, la relazione tra persone, lo stare bene insieme che possono essere sperimentati, prima ancora che nel settore della ristorazione sottoposto a profonda revisione dalle nuove abitudini sociali, nei bar/Caffè/pub/bistrot. “Ci prendiamo un caffè”, una scusa per incontrarsi, rivedersi, un’occasione per parlare o per lavorare meglio. Una pausa radicata nelle abitudini di noi italiani che rende piacevoli le giornate e riduce lo stress. Il primo caffè gustato in un bar dopo il lockdown ha avuto il sapore piacevole del ritorno alla relazione sociale dopo mesi di apparizioni virtuali. Entrare in un bar è come entrare in uno spazio sospeso, dagli impegni, dalla fatica, dalla corsa; è una cura, lì qualcuno ci aspetta per offrirci gentilezza, sapere del mestiere, la specialità a cui siamo legati. Il rumore di tazze e piattini che si toccano ci fanno pensare a luoghi vivi, creativi, operosi.

Eppure, anche queste attività devono fare i conti con la ridotta mobilità sociale e l’incremento del lavoro da remoto. Allora alcuni gestori hanno attuato un cambio di paradigma, hanno risposto allo stress reinventandosi.

A Chieti Scalo il dato rilevante per tutte le attività è stata la chiusura del Campus universitario che conta più di 25 mila studenti e che ha riaperto nel post lockdown solo per le sedute di laurea, esami e tirocini. Per il bar ristorante 110 Cafè Food & Drink, a un passo dall’Università, l’improvvisa assenza di professori, studenti, personale amministrativo è stato un vero trauma. Il proprietario Armando, appena le disposizioni di legge lo hanno permesso, ha ripreso con il pranzo d’asporto dal lunedì al venerdì, e pranzo in loco il sabato e la domenica, ma solo su prenotazione nella prima fase. Ha investito, invece, sull’altro punto più vicino alla struttura ospedaliera, ampliando lo spazio esterno per garantire maggiore sicurezza ai clienti. Anche il bar pasticceria Veronese, a ridosso della riapertura, ha puntato sullo spazio all’aperto adiacente, un pergolato già in uso dove accogliere i clienti in sicurezza. Le tre sorelle Veronese hanno riorganizzato le modalità del pranzo lavorando solo sull’asporto con prenotazione antimeridiana e l’alternativa della consegna a domicilio. Il locale è rimasto chiuso il pomeriggio, pur situato nella zona più dinamica di via Pescara. Il Gran Caffè Cigno si trova nell’area della stazione e lavora molto con le persone che si spostano, condizione che ha reso vulnerabile l’attività portata avanti da Marzia. Che non si è lasciata prendere dallo sconforto, ha reagito approfittando della chiusura per risistemare il locale e abbellire l’outdoor, garanzia di sicurezza anti-Covid per il cliente.

Al di là dei calcoli matematici, dei guadagni e delle perdite, dei cambiamenti apportati a queste attività, colpisce la nostalgia dei gestori che si affezionano ai clienti, sorpresi loro stessi dal vuoto interiore lasciato dal periodo di isolamento. Così i rumori di sempre acquistano un altro sapore, le rotelle di una valigia trascinata, il chiacchiericcio degli amici seduti a tavola, le macchine che transitano noncuranti.

 

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