La Periferia

La chiamiamo periferia, il nostro Villaggio Celdit di Chieti scalo,non tanto perché classicamente contrapposto al centro della città situata in collina, ma per ragioni storiche, sociali ed economiche che l’hanno determinata come “area fragile”. Essa ha, infatti, ciclicamente subito traumi e cambiamenti radicali che hanno generato conflitti,rancori e fughe.

All’inizio del Novecento al suo posto sorgevano vasti appezzamenti di terra e i residenti venivano sfruttati come agricoltori o pastori dai latifondisti e ricchi proprietari terrieri della città alta. La decisione di impiantare su questi terreni, alle porte della Seconda Guerra Mondiale, una fabbrica della carta innestò un graduale processo di emancipazione della popolazione residente, compreso le donne. Nacque così una comunità di operai e dirigenti benestanti che emergeva rispetto a un contesto sociale ancora povero,comunità che era consapevole e orgogliosa dei propri privilegi. Settant’anni dopo la fabbrica cessò l’attività, tra accuse di inquinamento e di mancata modernizzazione degli impianti, e fu dismessa dopo un lungo periodo di ripetute crisi produttive.Con l’assenza di lavoro, dovuta anche alla chiusura di altre grandi fabbriche della vallata,la popolazione del Villaggio ha così vissuto la messa in discussione dei propri diritti acquisiti con anni di dure lotte sindacali.Il processo di deindustrializzazione ha traumatizzato e intristito tutta l’area. Improvvisamente la popolazione del quartiere ha percepito di entrare in una delle “aree che non contano” – come le chiama il professore di Geografia Economica Rodriguez-Pose -all’interno degli assetti socio-politico-economici della città, e il legame con questo luogo si è trasformato in amore-odio. La conflittualità è cominciata a emergere accentuando il dualismo tra zona bassa e zona alta della città.

È seguito un periodo di confusione identitaria, molti abitanti si sono allontanati alla ricerca di un nuovo lavoro. La disaffezione a un luogo non più produttivo, nel lavoro e nella cultura, ha provocato l’abbandono o la noncuranza del patrimonio edilizio, già largamente trasformato in palazzoni anonimi e non rispettosi delle accoglienti casette con giardino -molte abbattute – che erano state fatte costruire dai proprietari della cartiera. Questo luogo, svuotato di persone, di attività commerciali e dei valori di comunità che l’avevano fortemente identificato – ma non delle scuole che sono rimaste aperte -, è diventato a rischio di devianze sociali, cosa che ne ha accelerato l’isolamento da parte del resto della città. Ma nuovi elementi stavano per innestarsi su questo quadro triste: politiche sociali più attente da parte delle amministrazioni comunali e la nascita del Campus universitario a poche centinaia di metri. I numerosi appartamenti sfitti del Villaggio hanno ripreso ad essere abitati dagli studenti che però non lo hanno considerato di più diun mero spazio-dormitorio, ricalcando il carattere di “area fragile” del luogo. Insieme agli studenti sono arrivati, però, i “ritornanti” che stanno seminando il desiderio di un ricollocamento al “centro” e di un riscatto del proprio territorio che entrando nell’anonimato ha visto un forte rischio di regresso sociale.